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Morfeo: «A Firenze non avevano capito niente, pensavano mi inventassi gli infortuni»

Le parole dell'ex fantasista della Fiorentina: «Mai stato un professionista, non mi piaceva allenarmi»

Su La Gazzetta dello Sport lunga intervista a Domenico Morfeo, ex fantasista della Fiorentina a cavallo del 2000. Uno che aveva un sinistro che cantava, era dotato di una classe incredibile e sarà per sempre colpevole di averci illuso di poter segnare un’epoca, scrive il quotidiano. «Non sono mai stato un professionista. Mi fossi allenato bene e avessi avuto un’altra testa, chissà dove sarei arrivato. Mi è mancato quello, non mi piaceva correre né allenarmi». Invece resterà un grande “What if”, un rammarico di tutto quello che poteva essere e non è stato. 

DA GIOVANE. Nel ‘96 contro la Spagna segnò il rigore decisivo per vincere l’Europeo U21: in Serie A, al tempo, la volevano tutti. «Giocavo con incoscienza, per me è stata croce e delizia. Oggi forse gestirei tutto diversamente. Il calcio è stato il mio migliore amico, mi ha permesso di avere tutto quello che ho oggi, ma anche un nemico per alcune situazioni vissute».

LITIGI. Qualcuno l’ha delusa? «Ho litigato con tanti, direi quasi con tutti. Quello del pallone è un mondo senza amicizie, fatto di rapporti di convenienza. Se devo fare un nome, di chi mi ha davvero deluso, dico il presidente del Parma Ghirardi. Io sarei sceso anche in B, lui invece mi ha fatto la guerra. Ma il tempo è galantuomo... si è visto che persona era».

LA MIGLIOR VERSIONE. A Parma si è visto il miglior Morfeo? «Sì, mi sono sentito forte dove sono stato libero di essere me stesso. A Parma, a Bergamo, a Verona. Diciamo che non amavo le imposizioni tattiche».

PRANDELLI. Se potesse spendere un grazie? «Lo direi a Prandelli. Mi ha fatto esordire, è stato un secondo padre. Un allenatore preparatissimo, capace, intelligente. Il migliore mai avuto e uno dei migliori in Europa in assoluto».

GILA. In carriera ha fatto da spalla a tanti grandi centravanti. Un flash per ognuno. Gilardino? «A Parma con Gila ci siamo divertiti. Pensi che in allenamento non lo voleva nessuno, non segnava manco con le mani. Poi si fece male Adriano e lui iniziò a buttarla dentro a raffica. Quanti assist gli ho fatto...».

ADRIANO. Adriano l’ha nominato lei. Siete stati insieme sia a Firenze che a Parma. «Un animale. Per me il più forte mai visto. Io e Adri eravamo legatissimi. Lo portai al mare da me a San Benedetto dei Marsi e in un bar vedemmo dei signori anziani che sbattevano le carte. Così mi disse “al primo gol che faccio esultiamo cosi”. Segnò subito e festeggiammo in quel modo».

FIORENTINA. A Firenze le diedero “maglie della vergogna”, con la scritta “indegno” e la € di Euro al posto del giglio. Lei, anche lì, rispose per le rime... «L’importante è non abbassare mai la testa. Non avevano capito niente, mi accusavano di non impegnarmi e di voler mettere in mora la società. C’era persino chi diceva che mi inventassi gli infortuni...».

L'ALBERO. Si dice che all’Atalanta si guadagnò una maglia da titolare colpendo un albero per tre volte di fila... «Prandelli mi disse che se lo avessi preso voleva dire che stavo bene e avrei potuto giocare. Mi portò su una collinetta e mi sfidò. Vinsi io».

TESTA. Pensa che le sia mancato qualcosa? «Avevo le qualità per essere titolare in Nazionale, non ho avuto la testa. Poi a un certo punto il resto aveva preso il sopravvento sul calcio e sulla mia voglia di giocare, così ho smesso. Non mi divertivo più. Oggi gestisco il mio ristorante a Parma e sono felice, la vita non finisce con il calcio».

OGGI. Il calcio oggi le manca? «No, anzi mi fa schifo quello che vedo. Non tornerei mai. Lo trovo un mondo falso».

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