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“Male non fare, paura non avere” – “Vlahovic dica cosa vuol fare” (atto II). Nuovi ‘nemici’, vecchi spauracchi

La Fiorentina alza la voce. Sembra di essere tornati anni addietro. Cambiano i nemici e gli interpreti, che cambino anche gli epiloghi?

Mentre c’è una Fiorentina che in campo si riprende e quasi sorprende, cancellando la serataccia di Torino ed eliminando dalla Coppa Italia il Napoli, ce n’è un’altra fuori dal campo che alza la voce e continua a portare avanti le proprie battaglie.

Tanto che della partita del Maradona, così come di quella col Genoa che è ormai alle porte, non se ne sente parlare ormai da giorni. Cambiano i toni e si alternano gli interpreti, ma i soggetti nel mirino della proprietà rimangono più o meno gli stessi.

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Da Vlahovic e i suoi agenti alla burocrazia, dal ‘sistema’ e le sue regole, che qualcuno rispetta ed altri no, fino al ‘palazzo’ che quelle regole dovrebbe applicarle ma che poi, in realtà, si preoccupa più di aprire fascicoli ed inchieste su parole (discutibili nei toni, sia chiaro), piuttosto che andare a verificare i fatti.

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MALE NON FARE, PAURA NON AVERE. Sembra, per certi versi, di essere tornati alla prima era Della Valle, quando l’allora nuova proprietà della Fiorentina, appena arrivata in Serie A, si scontrò con un palazzo che poi, dopo anni, si seppe essere profondamente malato.

Molto si potrebbe riassumere col ‘male non fare, paura non avere’, detto che in tanti a Firenze fecero proprio, a testimonianza di quanta voglia ci fosse di giustizia, col carico di anni di pregresse vicende tutt’altro che ‘limpide’.

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Se all’epoca c’era il problema della ripartizione dei diritti tv e di arbitraggi molto spesso anomali, oggi c’è quello del rispetto di norme e paletti finanziari, così come quello di procuratori e commissioni. Il detto, tuttavia, è sempre attuale.

Ci sono delle regole? Si applichino, per tutti. Qualcuno ha abusato dello strumento delle plusvalenze? Paghi. C’è un indice di liquidità che tutti i club devono rispettare? Sia fatto rispettare. Ci sono dei sotterfugi da parte di agenti per mettersi in tasca dei soldi portandoli fuori dal calcio?

Si trovi il modo di risolvere il problema, che oggi tocca alla Fiorentina con Vlahovic, ieri è toccato al Milan con Calhanoglu e Donnarumma, domani toccherà ad altri. La prima battaglia restò col colpo in canna, questa chissà.

La determinazione di portarla avanti, a differenza dei suoi predecessori che ad un certo punto si stancarono, a Commisso non sembra mancare. La sensazione di non poter competere ad armi pari resta, tuttavia, oggi come allora.

STADIO. Il problema delle infrastrutture c’era allora come c’è oggi. Stavolta, però, i soldi c’erano, dato che Commisso li avrebbe messi di tasca sua. Bastava solamente trovarsi d’accordo su un’area o rivedere dei vincoli che cozzano con l’era in cui viviamo.

Ma, come ormai sappiamo bene, è stato sin qui impossibile. Il botta e risposta tra Commisso, gli eredi di Nervi e le istituzioni, sono destinati a proseguire ancora a lungo, con stili e toni differenti, ma tant’è. Almeno sul Viola Park, Commisso ha avuto la meglio.

Non era scontato. Resta il controsenso di una struttura a suo tempo innovativa e storica, per carità, ma pensata per essere uno stadio di calcio e ospitare i tifosi. VLAHOVIC DICA COSA VUOL FARE. L’altro fronte caldo, visto il periodo di mercato, è quello legato a Vlahovic.

Il partito del ‘va messo in tribuna’, o comunque in panchina, è tornato in auge tra la tifoseria. Sia perché Piatek ha dimostrato subito di poter essere un’alternativa credibile, a differenza di Kokorin, sia perché il dg viola Barone ha nuovamente evidenziato come da parte di Vlahovic e del suo entourage non arrivi (e sia destinato ad arrivare) alcun tipo di risposta sul tema futuro.

Dica pubblicamente cosa vuol fare”, ha tuonato dal Maradona Barone, facendo il paio con le dichiarazioni in conferenza stampa di pochi giorni prima. Concetto, anche questo, che non suona nuovo, un po’ come il “Prandelli dica che non va alla Juve” che, all’epoca, divenne un tormentone, così come accadde pochi mesi fa con Chiesa.

Peccato che tutto ciò avvenga a stagione in corso, con una Fiorentina che naviga a ridosso della zona Europa, che Vlahovic sia il capocannoniere della Serie A e che forti come lui difficilmente, almeno per adesso, nepossano passare altri da Firenze.

La battaglia, tuttavia, pare essere solo all’inizio. Dal canto suo la società sta facendo tutte le valutazioni del caso. Rispetto a qualche settimana fa, dal canto viola, l’addio a gennaio è sempre meno da escludere a prescindere.

A patto che arrivi l’offerta giusta e che Vlahovic e il suo entourage accettino. Cosa difficile, quest’ultima, a dire la verità. Ma la questione, più che sportiva (privarsi adesso di Vlahovic non sarebbe una grande idea) o economica (Vlahovic vale un anno di fatturato della Fiorentina), pare essere diventata di principio.

E non tanto per un discorso di mancanza di riconoscenza, quanto perché l’entourage (e Vlahovic stesso) hanno tirato troppo la corda. Non mi faccio fregare dai calciatori”, ha detto al Financial Times Commisso, così come aveva fatto filtrare nei giorni di Gattuso-Mendes-Sergio Olivera.

La chiave, forse, è tutta qui. Nuove battaglie, nemici e assonanze col passato. Cambiano gli interpreti, chissà che non si modifichino anche gli epiloghi.


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